Vivere a lungo accompagna da sempre l’immaginario umano. Ma solo nel Novecento, con il crollo della mortalità infantile, i progressi dell’igiene pubblica e della medicina, la longevità è diventata un fenomeno di massa: oggi l’Italia è tra i Paesi più longevi d’Europa, con una speranza di vita alla nascita che nel 2025 ha raggiunto 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne. In Sardegna, il nome di Gianni Pes è legato alla scoperta della prima Blue Zone, individuata insieme a Michel Poulain nelle aree montane del centro-est dell’isola. Eppure, a distanza di oltre vent’anni, il quadro potrebbe essersi modificato: Arzachena, con Porto Cervo e buona parte della Costa Smeralda, mostra segni di longevità che meritano attenzione. Il punto decisivo è distinguere tra riconoscimento divulgativo e validazione scientifica: l’annuncio pubblico del 2025 c’è stato, ma lo studio è ancora in corso e i dati vanno letti con cautela, soprattutto in un comune segnato da forti flussi migratori. L’ipotesi più suggestiva è che alcune generazioni nate nella Gallura rurale abbiano conservato fattori protettivi della vita tradizionale, beneficiando poi del miglioramento economico, sanitario e abitativo intervenuto dagli anni Sessanta in avanti.


Professore Pes, le aree interne della Sardegna, in particolare l’Ogliastra e la Barbagia, detengono tuttora un primato di longevità a livello mondiale?
In linea di massima sì. I dati demografici ci dicono che poco più di una decina di comuni nell’area montuosa del Gennargentu restano ai vertici mondiali della longevità e possono essere messi a confronto con altre aree del pianeta note per l’alta frequenza di centenari, come Okinawa in Giappone, la penisola di Nicoya in Costa Rica e l’isola greca di Icaria. Queste aree furono poi chiamate “Blue Zones”, ma il nome nacque quasi per caso: oltre venticinque anni fa segnavo i comuni longevi su una carta geografica con un pennarello blu. Sul piano scientifico, però, una Blue Zone non è un’etichetta folkloristica: è una piccola area relativamente omogenea, con una longevità eccezionale che deve essere verificata con metodi demografici accurati.
Dunque la longevità sarda riguarda ancora soltanto le popolazioni di montagna?
Non direi. Per decenni il maggior numero di centenari si è concentrato soprattutto nelle comunità dell’Ogliastra interna, ma oggi la geografia della longevità sembra meno immobile di quanto pensassimo. Negli ultimi anni sono emersi segni interessanti anche in Gallura, e in particolare ad Arzachena. Nell’autunno del 2025 abbiamo avviato uno studio sistematico sulla popolazione nativa del comune, e i primi risultati indicano una frequenza di longevità superiore alla media regionale. Lo sottolineo: parliamo di dati preliminari, non ancora definitivi. Tuttavia, il fenomeno appare abbastanza reale da meritare un approfondimento vero e proprio. L’annuncio pubblico di Arzachena come nuovo comune Blue Zone è arrivato durante il Longevity Fest 2025 di Porto Cervo, ideato dal regista Pietro Mereu e promosso dal Consorzio Costa Smeralda; sul piano divulgativo e istituzionale il riconoscimento c’è stato, mentre sul piano scientifico la validazione richiede ancora lavoro.
Che cosa avete osservato, in concreto, ad Arzachena?
Già i dati amministrativi locali e gli articoli di stampa segnalavano da tempo la presenza costante di centenari ad Arzachena e in altri comuni della Gallura. A incuriosirmi, però, è stato soprattutto un dettaglio storico: l’ufficio di stato civile mi aveva segnalato l’esistenza di un centenario deceduto ad Arzachena a 102 anni addirittura nel 1903, un evento rarissimo in un’epoca in cui la speranza di vita era ancora molto bassa. Da lì è nata l’idea di ricostruire, in modo sistematico, la sopravvivenza delle coorti nate ad Arzachena tra il 1900 e il 1925. Nel dataset ricostruito finora abbiamo identificato 45 centenari su 2.770 nati: circa un centenario ogni 62 nascite, valore nettamente superiore a quello dell’intera isola. Si tratta, ripeto, di risultati preliminari dello studio in corso, che andranno consolidati e confrontati con gli indicatori utilizzati per la Blue Zone storica.
Allora Arzachena può essere considerata a tutti gli effetti una Blue Zone?
Direi così: Arzachena presenta caratteristiche compatibili con una Blue Zone, ma la prudenza è d’obbligo. La proporzione di nativi che raggiungono i cento anni è ancora inferiore a quella dei comuni ogliastrini più longevi, come Arzana o Villagrande Strisaili. D’altra parte, i dati raccolti indicano che la longevità della popolazione arzachenese è cresciuta progressivamente dalla metà dell’Ottocento fino a oggi, avvicinandosi sempre più ai livelli di longevità dei comuni classici della Sardegna. Il punto metodologico più delicato è un altro: Arzachena ha conosciuto una forte immigrazione, e la semplice prevalenza dei centenari residenti può essere fuorviante. Infatti la quota di centenari sul totale dei residenti è sensibile a migrazioni e variazioni della fecondità; per questo, nei nostri calcoli, abbiamo dovuto concentrarci sui nati nel comune e non sull’intera popolazione residente. Oggi Arzachena supera i 13 mila abitanti ed è il secondo comune più popoloso della Gallura: proprio per questo il caso è più complesso, ma anche più interessante.
Il fatto che Arzachena presenti indici di longevità vicini a quelli ogliastrini indica soltanto un’anomalia demografica?
Io penso di no. La differenza rispetto alla Blue Zone tradizionale è troppo piccola per essere considerata un puro caso. Naturalmente, quando si studiano età estreme, i numeri assoluti restano bassi e bisogna evitare conclusioni affrettate. Però la concentrazione di centenari osservata ad Arzachena suggerisce l’esistenza di un fenomeno reale. In altre parole: non siamo davanti a una semplice curiosità statistica, ma a un segnale che merita di essere studiato con gli stessi strumenti rigorosi usati per le zone longeve già validate. Anche perché il concetto stesso di Blue Zone nasce come concetto demografico, non mediatico: prima di parlare di cause bisogna verificare bene l’esistenza del fenomeno.
Qual è allora la domanda più interessante che pone Arzachena?
La domanda è questa: come può un comune costiero, fortemente trasformato dal turismo internazionale e dalla crescita del terziario, produrre livelli di longevità che si avvicinano a quelli dei paesi agro-pastorali dell’interno? È un interrogativo importante, perché costringe a superare una lettura troppo schematica della longevità sarda. Il caso di Arzachena suggerisce che modernizzazione e longevità non siano necessariamente in contraddizione tra loro. Se lo sviluppo economico migliora il reddito, le abitazioni, l’accesso alle cure, ai servizi e alla mobilità, ma non cancella del tutto le reti familiari, le abitudini alimentari e il rapporto con il territorio, allora può crearsi una combinazione favorevole. È proprio questa, a mio avviso, l’ipotesi più interessante da verificare. In fondo, già gli studi comparativi sulle Blue Zones hanno mostrato che la longevità di popolazione nasce spesso da un equilibrio delicato tra stile di vita tradizionale e benefici della modernità.
In genere si sottolinea il ruolo dello stile di vita tradizionale nella longevità delle aree interne. Ma Arzachena, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, sembra sottrarsi a questo schema. Come lo spiega?
La spiegazione, probabilmente, è generazionale. I centenari di oggi non sono cresciuti nella Costa Smeralda già formata: sono nati e si sono socializzati in una Gallura ancora in larga misura rurale, fatta di stazzi, lavoro fisico, alimentazione sobria e forti legami familiari. Solo in età adulta hanno vissuto il grande cambiamento economico avviato nel 1962 con la nascita del Consorzio Costa Smeralda e la successiva realizzazione di infrastrutture, alberghi, porto turistico, collegamenti e servizi. Per queste generazioni, dunque, il vantaggio potrebbe essere stato doppio: una prima parte della vita segnata da comportamenti protettivi della tradizione, e una seconda parte favorita da migliori condizioni materiali e sanitarie. È un’ipotesi coerente con quanto sappiamo delle Blue Zones: non esiste un singolo “ingrediente” miracoloso, ma una storia di vita complessiva.
E l’alimentazione?
L’alimentazione resta importante, ma non va caricata di un potere quasi magico. Negli studi sulla Sardegna interna è emerso che la dieta da sola non basta a spiegare le differenze territoriali della longevità; molto rilevanti sembrano invece l’attività fisica occupazionale e le caratteristiche geografiche del territorio. Per Arzachena io farei un ragionamento simile: più che immaginare una dieta improvvisamente “immune” ai cambiamenti, bisogna considerare che le generazioni oggi longeve avevano già formato i propri gusti e le proprie pratiche alimentari prima dell’esplosione del turismo e dei consumi contemporanei. In questo senso, il caso arzachenese potrebbe essere meno una mancata transizione alimentare e più l’effetto di una transizione vissuta tardi, da generazioni che avevano interiorizzato abitudini diverse. Anche qui, però, bisogna parlare di ipotesi e non di prove definitive
Oltre all’alimentazione, quali altri fattori potrebbero aver contribuito a questa longevità?
La longevità non dipende mai da una sola causa. Le generazioni che oggi raggiungono o superano i cento anni sono cresciute in una società rurale, in cui l’attività fisica faceva parte della vita quotidiana e i legami familiari e comunitari erano molto forti. In seguito, queste stesse persone hanno potuto beneficiare di miglioramenti nelle condizioni economiche, nelle abitazioni, nei trasporti e nell’assistenza sanitaria. Potrebbe quindi essersi prodotta una combinazione favorevole: conservare alcuni elementi protettivi della vita tradizionale, riducendone al tempo stesso la povertà, l’insicurezza alimentare e la difficoltà di accesso ai servizi sanitari.
Anche l’ambiente della Costa Smeralda potrebbe avere avuto un ruolo?
È un’ipotesi interessante, ma deve ancora essere verificata. La bassa densità edilizia di molte aree, la presenza di spazi naturali, la possibilità di trascorrere tempo all’aperto e la limitata industrializzazione potrebbero avere contribuito alla qualità della vita. Non sarebbe però corretto attribuire automaticamente alla vicinanza del mare un effetto sulla longevità. Occorrerebbe analizzare l’esposizione all’inquinamento, le condizioni abitative, le occupazioni svolte e gli spostamenti di ciascun individuo nel corso della vita.
Quali saranno allora i prossimi passi della ricerca?
Dovremo ricostruire le storie familiari e residenziali dei centenari, distinguere i dati per sesso e generazione e confrontare Arzachena con comuni galluresi dalle caratteristiche simili. Sarà importante capire se la longevità si concentra in determinate famiglie e quanto abbiano inciso alimentazione, lavoro, attività fisica, condizioni economiche e reti sociali. Soltanto allora potremo stabilire se Arzachena rappresenti una nuova espressione della longevità sarda e quali caratteristiche la distinguano dalla Zona Blu storica del Gennargentu.
Che insegnamento potrebbe offrirci il caso di Arzachena?
Forse che modernizzazione e longevità non sono necessariamente in contrasto. Lo sviluppo può diventare una risorsa quando migliora il benessere materiale senza cancellare i legami sociali, le abitudini alimentari e il rapporto con il territorio. È questa, al momento, l’ipotesi più suggestiva che lo studio di Arzachena ci invita a esplorare.
