A cura del Dr. Ferdinando Abeltino
La riflessione sui rapporti che intercorrono tra alimentazione, cultura e salute trova nel bacino del Mediterraneo e, in particolare, nel braccio di mare che separa Sardegna e Corsica, un osservatorio privilegiato. L’alimentazione di una popolazione non può infatti essere ridotta a un semplice calcolo nutrizionale: essa rappresenta la sintesi materiale delle risorse di un territorio, delle forme di produzione e di scambio, delle dinamiche economiche e familiari e di una memoria sociale che si costruisce e si trasforma nel corso delle generazioni.
I contributi che verranno presentati nella giornata di studi “Alimentazione di prossimità e longevità: un ponte tra Sardegna e Corsica” nascono dall’intento di esplorare, attraverso prospettive disciplinari differenti ma complementari, le relazioni storiche, antropologiche, alimentari, biologiche e demografiche che uniscono le due sponde delle Bocche di Bonifacio. Il filo conduttore è rappresentato dal rapporto fra territorio e alimentazione: da una parte le risorse locali e i sistemi agro-pastorali tradizionali che hanno contribuito a modellare l’identità delle comunità; dall’altra le trasformazioni che questi sistemi hanno conosciuto nel corso del tempo e il possibile significato che esse possono assumere per la salute e la longevità delle popolazioni.
Il percorso proposto prende avvio dalle profonde continuità storiche e culturali tra la Sardegna settentrionale e la Corsica meridionale. Le Bocche di Bonifacio, più che una frontiera, hanno rappresentato per secoli uno spazio di comunicazione, attraversato da movimenti di popolazione, relazioni familiari e matrimoniali, scambi economici e circolazione di pratiche culturali. La Gallura costituisce una delle espressioni più evidenti di questo rapporto, riconoscibile ancora oggi nelle affinità linguistiche, nella cultura materiale e in alcune forme di organizzazione della vita rurale.
In tale contesto assume particolare rilievo il sistema dello stazzo, elemento caratteristico dell’insediamento gallurese. Lu stazzu non era soltanto un’abitazione, ma al tempo stesso un’unità familiare, produttiva e sociale, nella quale allevamento, coltivazione, orticoltura e utilizzazione delle risorse spontanee del territorio si integravano in un’economia relativamente autonoma. Ciò che veniva consumato dipendeva in larga misura da ciò che la famiglia poteva produrre, conservare o reperire localmente e dalla successione delle stagioni. L’alimentazione era quindi profondamente intrecciata con il lavoro quotidiano e con l’organizzazione stessa della vita familiare.
Le fonti storiche consentono, tuttavia, di andare oltre l’immagine idealizzata della cucina tradizionale. Le testimonianze di Vittorio Angius e, soprattutto, le osservazioni quantitative di Silla Lissia, mostrano come l’alimentazione quotidiana delle generazioni vissute tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fosse assai più semplice e ripetitiva rispetto alla ricca gastronomia festiva oggi associata alla Gallura. Cereali e pane ne costituivano la base, accompagnati, secondo la disponibilità e la stagione, da latticini, legumi, ortaggi, frutta, prodotti dell’allevamento e risorse spontanee. La frugalità che emerge da queste fonti non deve, peraltro, essere romanticizzata: in alcune fasi storiche e nei gruppi socialmente più svantaggiati essa poteva riflettere una vera insufficienza alimentare.
L’interesse per questi modelli tradizionali si estende inevitabilmente alle trasformazioni degli alimenti e ai processi biologici che ne derivano. Le fermentazioni, l’impiego del lievito madre, la trasformazione del latte, le caratteristiche delle farine e la composizione delle fonti lipidiche rappresentano altrettanti punti di incontro tra conoscenze tradizionali e ricerca contemporanea.
Lo studio del microbiota, del metabolismo glucidico e lipidico e dei meccanismi coinvolti nell’infiammazione e nello stress ossidativo offre oggi nuovi strumenti per comprendere come la qualità complessiva di un sistema alimentare possa interagire con i processi dell’invecchiamento. Questi meccanismi forniscono elementi di plausibilità biologica, ma non autorizzano a trasformare singoli alimenti o preparazioni tradizionali in presunte “ricette” della longevità. È proprio il tema della longevità a costituire uno dei punti di convergenza tra i vari contributi che verranno presentati dai docenti. Per lungo tempo la geografia della longevità sarda è stata identificata soprattutto con le comunità montane e agro-pastorali della Sardegna centro- orientale, in particolare dell’Ogliastra e dell’area del Gennargentu. Le più recenti indagini demografiche condotte in Gallura suggeriscono tuttavia che livelli molto elevati di sopravvivenza possano essere presenti anche in territori diversi per storia e trasformazioni socioeconomiche.
Arzachena e la Gallura: il nuovo polo della longevità sarda interesse riveste il caso di Arzachena.
Le analisi demografiche attualmente in corso, basate sulla ricostruzione delle coorti di nascita a partire dall’inizio del Novecento, indicano che la proporzione di individui nati nel comune che hanno raggiunto età molto avanzate è paragonabile, in alcuni periodi e per alcuni indicatori, a quella osservata nei comuni più rappresentativi della Zona Blu storica, come Villagrande Strisaili. Si tratta di risultati ancora preliminari, che richiedono il completamento della validazione anagrafica e ulteriori approfondimenti, ma appaiono sufficientemente consistenti da rendere Arzachena un caso di particolare interesse per la ricerca sulla longevità.
Il valore scientifico di tale osservazione risiede forse meno nell’attribuzione di una nuova etichetta geografica che nella possibilità di interrogarsi sulla natura stessa delle aree di eccezionale longevità. Arzachena presenta infatti una storia profondamente diversa da quella delle comunità montane originarie della Zona Blu. Le generazioni nate nei primi decenni del Novecento trascorsero l’infanzia, la giovinezza e una parte della vita adulta in una società ancora prevalentemente rurale, organizzata intorno allo stazzo, caratterizzata da un’intensa attività fisica incorporata nel lavoro quotidiano, da un’alimentazione basata in larga misura sulla produzione locale e da solide reti familiari e comunitarie. Tali generazioni hanno sperimentato, nell’infanzia e nella prima giovinezza, la frugalità, l’intensa attività fisica quotidiana e l’alimentazione a “chilometro zero” dello stazzo.
A partire dagli anni Sessanta, tuttavia, quelle stesse generazioni furono testimoni della radicale trasformazione economica e sociale associata allo sviluppo della Costa Smeralda e alla trasformazione terziaria e turistica del territorio. Il miglioramento delle abitazioni, dei trasporti, dei servizi, delle opportunità economiche e dell’assistenza sanitaria modificò profondamente le condizioni di vita, mentre la crescente sicurezza alimentare contribuì a superare alcune forme di precarietà che avevano caratterizzato la società rurale precedente.
Da tale successione di esperienze emerge un’ipotesi particolarmente suggestiva: la longevità osservata nelle coorti arzachenesi potrebbe essere interpretata alla luce di una prospettiva di life course, in cui alcune caratteristiche maturate nella società tradizionale si sono sovrapposte ai vantaggi introdotti progressivamente dalla modernizzazione. Non si tratta di affermare che la società dello stazzo fosse intrinsecamente salutare, né che la trasformazione economica abbia prodotto soltanto effetti positivi. Più prudentemente, il caso di Arzachena invita a considerare la possibilità che sia stata significativa proprio la sequenza delle esposizioni sperimentate nel corso della vita.
In tale prospettiva, le aree di eccezionale longevità non appaiono necessariamente come realtà immutabili, rigidamente fissate nello spazio. Possono essere considerati piuttosto fenomeni demografici dinamici, nei quali il patrimonio biologico, l’ambiente, l’alimentazione, l’attività fisica, l’organizzazione familiare e sociale e le condizioni economiche interagiscono nel corso delle generazioni. Il confronto tra Gallura e Ogliastra diviene allora particolarmente interessante proprio perché mostra come elevati livelli di sopravvivenza possano emergere in territori che condividono alcune matrici agro-pastorali e culturali, ma che hanno seguito traiettorie storiche e socioeconomiche differenti.
Un ponte verso il futuro
Non si intende certo proporre una visione nostalgica del passato, né individuare una semplificata “dieta della longevità”. Al contrario, i contributi dei docenti che verranno esposti suggeriscono che alimentazione, salute e sopravvivenza debbano essere interpretate all’interno di sistemi complessi e in continua trasformazione.
Il dialogo tra Sardegna e Corsica acquista, sotto questo profilo, un significato che va al di là della semplice vicinanza geografica. Le due isole condividono una lunga storia di scambi, adattamenti e relazioni fra popolazioni, ma hanno anche sviluppato soluzioni proprie nel rapporto con le risorse, il territorio e la produzione degli alimenti. Mettere a confronto tali esperienze consente non soltanto di comprenderne meglio il passato, ma anche di interrogarsi su ciò che merita di essere preservato nel presente.
L’alimentazione di prossimità, la conoscenza delle produzioni locali, la biodiversità alimentare, le competenze tradizionali e la continuità delle relazioni familiari e comunitarie costituiscono un patrimonio culturale di grande valore. La loro tutela non dovrebbe consistere nella riproposizione immutabile di modelli del passato, bensì nella capacità di riconoscerne gli elementi ancora utili e integrarli criticamente nelle condizioni della società contemporanea.
Ci auguriamo, pertanto, che questa giornata possa offrire a studiosi, operatori, amministratori e cittadini non soltanto una testimonianza dell’incontro scientifico tra Sardegna e Corsica, ma anche uno stimolo a considerare territorio, alimentazione e comunità come parti interdipendenti di uno stesso sistema, la cui conoscenza può contribuire alla costruzione di forme di invecchiamento più sane e sostenibili.
